appunti, spunti e amenità varie...

Bisogna rappresentare la vita non come è né come dovrebbe essere ma come essa ci appare nei sogni (A. Checov)

Eccomi

Utente: agense
chiacchierona, egocentrica, esageratamente pignola e puntigliosa, permalosissima, sufficientemente nevrotica, normalmente egoista, scarsamente autoironica, eccessivamente curiosa, leggermente presuntuosa, poco intraprendente, implacabilmente puntuale, un po’ fifona, irrimediabilmente stonata, vagamente ambiziosa, costantemente indecisa, troppo magra, ma assolutamente sincera, gran sognatrice, decisamente romantica, piuttosto sorridente, con un ottimo senso dell’orientamento e un elevato senso del dovere, correttamente ecologica, moderatamente allegra, golosa quanto basta, sufficientemente disponibile, appassionatamente grafomane, capace di arrossire, lievemente timida, affidabile e discretamente elegante...

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lunedì, 28 novembre 2005
Non mi riconosco

Il segreto dell'esistenza umana non sta soltanto nel vivere, ma anche nel sapere per che cosa si vive (Fedor Dostoevskij)

Alla fine di ottobre nella rubrica "Cuori allo Specchio" del settimanale «Specchio» (l'allegato del sabato del quotidiano «La Stampa») Massimo Gramellini ha dedicato l'intero spazio ad una Lettera aperta contro l'omologazione, firmata con lo pseudonimo Nigel Mansell: una lettera molto bella, profonda e incredibilmente vera, sulla quale riflettere e sulla quale i lettori sono stati invitati a dire la loro.
Io ho riflettuto, ho pensato e alla fine ho messo nero su bianco alcuni pensieri che mi passavano per la testa già da tempo, da tanto tempo, da troppo tempo e li ho spediti, così, un clic e via, solo un'altra e-mail fra le tante.
Sabato scorso è stata pubblicata una delle risposte, o meglio, una delle riflessioni che erano scaturite da quella lettera.
La pubblico qui, integralmente e senza i tagli che, necessariamente, sono stati fatti per questioni di spazio.
Perché fra tutte le e-mail e lettere che sono state spedite in risposta a Nigel Mansell - non mi spiego ancora bene il motivo - Massimo Gramellini ha scelto per il momento di pubblicarne solamente una.
Questa che segue.
La mia.

"[...] e se fosse che ha veramente ragione Nigel Mansell?
Se fosse davvero che è tutto quanto già organizzato, tutto pianificato e tutto il nostro impegno, tutti i nostri sforzi, tutta la nostra fatica servono solo per trovare un posticino che qualcun'altro ha comunque già stabilito per noi?
Se fosse così allora forse riuscirei a capire perché non mi riconosco.
Non mi riconosco nelle persone che incrocio per strada, al bar, al semaforo o in pizzeria e che camminano, bevono il caffè, guidano, mangiano ma sempre tutto con il cellulare in mano e telefonano, parlano, urlano, sbraitano, magari scrivessero e invece adesso nemmeno più quello ché tanto hanno inventato le fotine da spedire.
Non mi riconosco (quasi più) nel lavoro che faccio, che dovrebbe essere un lavoro di intelletto (sempre che significhi qualcosa) ed è pagato la metà di quanto è pagato il filippino che aiuta mia mamma in casa o la rumena che pulisce in ufficio, che per carità loro se li meritano tutti quei soldi, se ne meriterebbero anche di più se è per questo, però io mi domando che cosa lo continuo a fare un lavoro che mi piace ma con cui non riesco a mantenermi e per cui mi sono presa due lauree se è tenuto in questa considerazione perché qualcuno ha deciso che in fondo è un lavoro che non merita niente di più che meno di 7 euro lordi all'ora che è anche vero che i soldi hanno un valore relativo, per carità, vuoi mettere le soddisfazioni personali, però insomma...
Non mi riconosco in queste donne che vedo sui giornali e per la strada che se quest'anno non hai i pantaloni da Gianburrasca con sotto gli stivaloni da cowboy e il polpaccio a vista o l'anno scorso lo stivale tacco-punta da sadica o l'anno prossimo magari le mutande in testa e non importa se sei larga o stretta, bassa o alta, dritta o storta, bella o brutta, ce ne sono già in giro a centinaia tutte uguali perché tanto nei negozi trovi quasi solo quello e poi «ce l'hanno tutti, no?», insomma se non ce l'hai sembra che sei poco più che trasparente.
Non mi riconosco nelle macchine sempre più grandi e più scure e più lucide che attraversano le nostre città sempre più rumorosamente, che ti passano sui piedi con prepotenza e anche solo per fare due metri inquinano come un'acciaieria mentre io continuo imperterrita ad usare la bicicletta o al massimo gli autobus anche se sono quello che sono e qualche volta sì, anche la macchinetta, non sono mica un'utopista incallita, ma solo la sera e se devo andare lontano e insomma sulla mia bici rossa sto bene finchè qualcuna di queste macchine non deciderà di parcheggiare sulla pista ciclabile ché «tanto chi la usa?».
Non mi riconosco nei discorsi che sento in giro di chi passa la vita fra feste e vacanze, fra cene e pettegolezzi, con la donna fissa in casa perché altrimenti come si fa, signora mia, in cui la massima preoccupazione è se quel giorno la tata dei bambini, poverina, ha chiesto un giorno di ferie per un lutto familiare, e «sì, poverina glielo bisogna dare, però accidenti, adesso è un problema, domani un giorno intero con i bambini chissà come farò».
Non mi riconosco in questo stile in cui chi urla di più, chi si spoglia di più, chi piange di più, chi dice qualsiasi cosa di più diventa più famoso, in cui le cose esistono solo se «lo hanno detto alla tivvù», in cui se si legge un libro è quello di qualche comico di qualche programma televisivo, in cui tutti i tiggì hanno una rubrica di pettegolezzi come se non ci fossero abbastanza notizie di cui parlare, in cui un qualsiasi banale slogan viene ripetuto a pappagallo fino alla nausea da tutti, in cui per fortuna che almeno non c'è più il mauriziocostanzoshow altrimenti come la mettevamo con il brunovespashow?
Non mi riconosco in quelli che trovano tanto divertente che un calciatore mimi un parto a gambe larghe davanti a tutto uno stadio mentre la moglie ride giuliva e applaude contenta, in quelli che non si stupiscono (anzi, magari neanche se ne accorgono) se un presidente per far bella figura con un capo di stato straniero lo fa parlare per telefono con la starlette di turno sua compaesana, un po' come quando il signorotto offriva la ragazza più bella all'ospite (e a me, scusa, ma è venuto in mente quel pezzo di Cent'anni di solitudine quando non mi ricordo più quale Aureliano, o forse era un Aurelio, insomma, lui doveva ricevere gli avvocati del governo e gli interrompono la siesta e invece di parlarci ai suoi uomini che gli chiedono che cosa devono fare dice solamente - e non in senso metaforico - «Che vadano a puttane» e si rimette placido a dormire), in quelli che vanno orgogliosamente in giro con magliette firmate "figlio de puta madre", in quelli insomma che non si accorgono che la volgarità impera ma sembra che sia tutto normale.
Non mi riconosco in quelli che dicono «sei bella, sei intelligente, sei brava, sei come te nessuno mai» e poi però «sì, vediamoci, usciamo insieme, ma comunque la nostra non è una storia» oppure che «non voglio legami, io sono una persona libera» oppure che «solo sesso, please!» e poi alla fine comunque si sposano con un'altra.

E invece io vorrei riconoscermi ogni tanto in qualcuno, così, anche solo come confronto, per capire se sono io.
Vorrei riconoscermi in chi ha il coraggio di mollare tutto e ricominciare, magari con la persona giusta vicino o magari anche da soli, ma insomma prendere e capire che non è mai troppo tardi per dare una svolta, anche se è rischioso, anche se poi non è che dopo sia tutto rose e fiori.
Vorrei riconoscermi in chi fa con passione e bene il proprio lavoro, ricevendo il giusto compenso senza essere costretto a doverlo chiedere.
Vorrei riconoscermi in chi è capace di apprezzare quello che ha e quello che è senza per questo essere tacciato di scarsa ambizione, poca competitività e mancanza di scopi nella vita perché chi l'ha detto che nella vita bisogna per forza tutti desiderare di comandare il mondo?
Vorrei riconoscermi nei miei amici che si sposano per amore, sfidando tutti, che li invidio anche se l'invidia è una brutta cosa, ma io li invidio per davvero perché hanno il coraggio di andare avanti invece di farsi bloccare come tutti quelli che oggi sono costretti a farsi diecimila problemi e io sono certa che loro saranno felici per davvero, solo mi chiedo se c'è una formula per riuscire a trovare così la felicità..."

 

Postato da: agense a 00:20 | link | commenti (35) |

venerdì, 25 novembre 2005
Pillola pubblicitaria

Non si nasce donna, la si diventa (Simone de Beauvoir)

Dunque, sugli innumerevoli difetti e le assurdità degli spot televisivi si è già detto da più parti ed in più di un'occasione: inspiegabile terminologia, personaggi assurdi, musichette tormentanti...
Però in questi giorni sugli schermi televisivi passa molto spesso una pubblicità che mi fa (qualora non avessi già sufficienti motivi "di mio") molto innervosire. E non è per la stupidità e per la banalità del linguaggio, ma anzi proprio perché maschera - a mio avviso - con la semplicità ed una patina di apparente glamour un messaggio di tutt'altro genere.
Volti di donne più o meno famose passano sorridenti e vagamente sognanti davanti allo schermo, accompagnate da una voce fuori campo che ci rivela i loro pensieri: "Domani mi metto a dieta", "Ho proprio bisogno di un paio di scarpe nuove", "Quasi quasi lo chiamo...", ecc.; ad inframezzarle il plasticoso volto della bionda direttrice della rivista che punteggia ammiccante le varie affermazioni con "Diva!" oppure "Donna!".
Ora, a parte il fatto che, anche ammesso che queste definizioni abbiano un senso, ci sarebbe parecchio da discutere su questa semplificazione dell'utenza femminile in due categorie, quello che io mi chiedo è per quale motivo la frase "Io smetto di prendere la pillola"  debba essere seguita dalla giuliva affermazione "Donna!". Perché, chi prende la pillola non lo è? Ovvio, si potrebbe dire la stessa cosa anche a proposito dell'acquisto delle scarpe (donna?) o dell'amletica indecisione fra cioccolata fondente e cioccolata alle nocciole (diva? oddio, e io che mangio solo la Nutella?), ma qualcuno mi può spiegare cosa c'entra una frase che investe il nostro privato più privato (con tutto l'insieme di dubbi, incertezze, scelte che comporta) in un contesto del genere, ben più superficiale, fra vestiti, diete, ritardi sul lavoro e cioccolata? Non credo sia, come vuole credere mia mamma, che c'entri qualcosa con l'avere un figlio: avrebbero messo in bocca alla signorina sullo schermo la ben più poetica frase "Vorrei un bambino", no? Oltretutto, chissà perché, anche nelle versioni ridotte dello spot questa frase qui comunque c'è sempre...

Lungi da me l'idea di schierarmi pro o contro qualcosa - non sarebbe comunque rilevante, nè tantomeno questa la sede - e liberissima ciascuna di fare quello che più ritiene giusto (non saremmo qui a parlarne, altrimenti), ma trovo molto fastidioso questo modo di lanciare comunque un messaggio (e, a questo punto, qui non si parla più di essere solo più magre o più eleganti), a maggior ragione in un momento in cui alcuni temi sono tornati prepotentemente alla ribalta e sui quali è in atto una forte discussione, pur continuando a regnare sovrana ancora una grande confusione.
Già ci sorbiamo tutti i giorni le opinioni di uomini più o meno qualificati sull'argomento (e sottolineo: uomini), possibile che le voci delle donne che si sentono di più, a parte qualche flebile politichessa, siano queste della pubblicità?
Ripeto: la mia non è un'opinione "morale", ma semplicemente una riflessione su un certo tipo di messaggio e sulle modalità di comunicazione.

Esagero? Nessun'altro l'aveva notato? Sono magari io che tendo a vedere cose anche dove non ci sono? Oddio, in effetti forse ho letto troppi libri di spionaggio, ma, ecco, a me questa pubblicità sembra subdolamente faziosa, poco chiara, un messaggio neanche troppo nascostamente subliminale di cui, in tutta onestà, non mi sembrava proprio si sentisse la mancanza in questo momento.
D'accordo, si dirà, è la pubblicità stessa che è così, è la sua natura ossessiva, martellante, superficiale... che poi si sa benissimo che la pubblicità è finta, nessuno crede veramente che un giorno possa arrivare un tipo che ti porta in un campo pieno di neve davanti ad una quercia secolare tutta illuminata per regalarti un triplice brillocco...
Ma si potrà anche provare a non essere d'accordo qualche volta, no?

Postato da: agense a 13:28 | link | commenti (11) |

martedì, 22 novembre 2005
La signorina GucciPrada*

Di moda è quello che indossiamo noi; fuori moda quello che indossano gli altri (Oscar Wilde, Un marito ideale)

La signorina GucciPrada non ha mai un capello fuori posto, un'unghia fuori posto, una qualsiasi cosa fuori posto.
La signorina GucciPrada è sempre coordinata: la borsa con le scarpe, l'orologio con i gioielli, la cinta con il portamonete.
La signorina GucciPrada adora le nuances e non è mai vestita completamente di un colore, ma ha sempre una qualche sfumatura a mitigarne i contorni.
La signorina GucciPrada fa l'aria schifata se le si suggerisce di indossare - orrore! - un qualsiasi capo di abbigliamento di una qualsiasi passata stagione.
La signorina GucciPrada è la regina dell'ultimo accessorio, dalla "copertina" del cellulare al portachiavi agli occhiali da sole.
La signorina GucciPrada non segue la moda ma è sempre alla moda.
La signorina GucciPrada ha come massima soddisfazione di anticipare la moda.
La signorina GucciPrada ha sempre gli abiti che le cadono alla perfezione, mai niente di un po' largo o troppo stretto o vagamente fuori misura.
La signorina GucciPrada è sempre tutta totalmente in tinta.
La signorina GucciPrada anche quando si veste sportiva ha studiato tutto nei minimi dettagli, compresa la sfumatura di blu dei jeans.
La signorina GucciPrada a volte sembra quasi struccata, ma in realtà ha sempre il trucco perfetto.
La signorina GucciPrada passeggia per le strade del centro, con le meches biondo miele che si riflettono nelle vetrine dei negozi più eleganti.
La signorina GucciPrada qualche volta fuma svogliatamente una sigaretta, con aria sufficientemente annoiata da darsi un tono.
La signorina GucciPrada osserva attentamente con occhio critico tutte le altre donne che incrocia, decretandone inevitabilmente la totale ed assoluta ineleganza.
La signorina GucciPrada se malauguratamente intercetta una donna elegante più di lei la scruta ben benino con attenzione e stai sicura che alla fine un difettuccio glielo riesce sempre a trovare.
La signorina GucciPrada, volente o nolente, ha il potere di farti sentire sempre in disordine.
La signorina GucciPrada sarà anche sempre perfetta, ma se guardi bene si capisce che è una che prima di uscire fa le prove per ore davanti allo specchio, oh!

*la signorina GucciPrada è un personaggio frutto della fantasia dell'autore: ogni riferimento a fatti o persone realmente esistente è puramente casuale

Postato da: agense a 19:27 | link | commenti (20) |

venerdì, 18 novembre 2005
Colazione a letto

Esiste un solo vero lusso, ed è quello dei rapporti umani (Antoine de Saint-Exupery)

L'incontro inaspettato con una persona che non vedevo da tempo ed il conseguente "aggiornamento" sulle rispettive vicende mi ha aperto definitivamente gli occhi su una realtà inaspettata che credevo esistesse solamente nei film americani e negli alberghi di gran lusso: la colazione a letto.
La mia amica, infatti, raccontandomi le sue vicissitudini in una città nuova con casa nuova, si è lasciata allegramente sfuggire che fra le varie cose che ha dovuto imparare nella sua nuovissima condizione di studentessa-indipendente-appartamentomunita (oltre a fare la spesa, cucinare, lavare e altre simpatiche amenità della vita casalinga) c'è anche che il caffelatte a letto, se abiti da sola, non te lo porta nessuno.
Bella scoperta, mi son detta io, ma dove viveva questa prima, all'Hilton?

Poi, a ripensarci bene, in effetti mi è tornato in mente che anche un'altra amica, tempo addietro, mi raccontò orgogliosamente che il padre tutte le mattine la andava a svegliare portandole la sacrosanta tazzina di caffè bollente senza la quale lei non osava nemmeno minimamente pensare di mettere i piedi giù dal letto.

A casa mia non s'è mai usato di portare la colazione a letto a chicchessia, giusto proprio se uno sta male, ma neanche sempre perché alla fine se stai male spesso e volentieri non hai nemmeno voglia di fare colazione e quindi l'occasione va comunque sprecata.
Insomma, non so come funziona generalmente, ma a me la colazione a letto così, solo per il gusto di farlo, non l'ha mai portata nessuno.
Anzi no, ad essere sinceri una volta mi è capitato. Una tazza piena di latte freddo, tanti corn-flakes croccanti e un sacco di zucchero proprio come piace a me, mentre io ero ancora insonnolita fra le lenzuola rosse e lui già pronto per andare al lavoro: mi ha dato un bacio insieme alla colazione e forse anche una carezza fra i capelli scarmigliati, ma era dall'altra parte del mondo, un'altra città, un'altra vita, ormai non conta più...

Per fortuna che poi basta pensare a quella scena del film «Chiedimi se sono felice» in cui lui porta su un vassoio la colazione a letto con tanto di rosellina nel vaso a lei che però lo aspetta dietro la porta per fargli uno scherzo e prenderlo a cuscinate e va a finire così, con contusioni varie, cocci rotti ed un turbine di piume svolazzanti sparse nel caffè, che della colazione a letto in fin dei conti ti passa un po' la voglia: in compenso, però, ti fai un sacco di risate!

 

Postato da: agense a 14:04 | link | commenti (19) |



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